Russia-Ucraina: sono a rischio anche le attività a monte delle filiere della moda

27 Marzo 2022

Nel secondo mese dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, sono molte le domande che sorgono sui costi umani ed economici che il conflitto avrà a medio e lungo termine per i paesi direttamente coinvolti, per l'Europa e per il mondo. Come aiutare l’industria italiana a rischio di interruzione della catena del valore?

 

Le conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina, così come emerge dai dati statistici istantanei raccolti dall’ISPI, innanzitutto sono sulle vite dei cittadini attaccati. La peggior emergenza umanitaria in Europa dal secondo dopoguerra: 1,4 milioni di persone senza accesso all'acqua potabile e 4,6 milioni con un accesso limitato provocano 90 mila profughi al giorno e un totale di 6,5 milioni di sfollati in un mese di guerra.

In Russia, i cittadini patiscono soprattutto le conseguenze economiche della guerra, complici le sanzioni imposte dall’occidente. Nel giro di una settimana l’inflazione annuale è infatti aumentata di 2 punti percentuali, e dovrebbe raggiungere il 17% entro la fine dell’anno. Se prima della guerra il PIL russo sarebbe dovuto crescere del 3%, ora oscilla tra -6% e un -15% nel caso di conflitto protratto nel tempo.

Considerando il peso di Russia e Ucraina nel commercio globale (poco più del 2%) sembrerebbe intuitivo pensare che la crisi economica generata dal conflitto possa restare circoscritta. In realtà, buona parte del Pil dei due Paesi è generato dalla vendita di materie prime difficilmente sostituibili nel breve termine. Per questo, il conflitto, inserendosi in un contesto già difficile per le materie prime, sta ulteriormente accelerando una tendenza al rialzo dei prezzi iniziato con la ripresa post-pandemia.

Le economie avanzate faranno così i conti con un’ulteriore spinta inflazionistica e il pericolo di stagflazione. I paesi a basso e medio reddito rischiano invece rinnovata instabilità politica per l’aumento dei prezzi del cibo. Un’eventualità che solo in alcuni casi (Golfo e Sudamerica in primis) potrà essere compensata dagli alti ricavi per la crescita dei prezzi delle altre commodities esportate.

Materie prime ed energia

L'aumento dei costi delle materie prime e dell'energia è un fattore che grava pesantemente sul settore primario e sull'industria alimentare, sommandosi ai problemi collegati ai trasporti e alla logistica. In questo contesto appare chiaro il peso determinato dai mutati equilibri geopolitici; le conseguenze dirette e indirette della guerra tra Russia e Ucraina avranno un elevato impatto sullo scenario internazionale, sia per l'accentuata instabilità dei mercati finanziari e le pressioni al rialzo dei prezzi di tutte le materie prime, anche di natura speculativa, sia per l'introduzione di sanzioni e restrizioni commerciali.

Le prospettive per il 2022 sono inequivocabilmente influenzate dalla crescita dei prezzi dei prodotti alimentari, dalla riduzione del potere d'acquisto delle famiglie per l'aumento delle bollette e dalla nuova incertezza sulla ripresa economica nello scenario di crisi determinato dalla guerra tra Russia e Ucraina.

Per l’industria, la situazione è in rapido peggioramento. Già prima c’era sofferenza per il rialzo dei costi della logistica, di energia e delle materie prime, ma ora le conseguenze si sentono in particolare su tutta l’industria metalmeccanica e sulle filiere energivore come la siderurgia. Basti pensare che l’80% della produzione di acciaio italiano, pari a 24 milioni di tonnellate, proviene da forni elettrici. Se sommiamo quindi l’aumento dei costi dell’energia a quello di materie prime come ghisa e rottame ferroso, di fatto siamo davanti a una “tempesta perfetta” che ha ricadute su tutta la produzione industriale.

Acciaio, meccanica e macchine

L’aggressione russa pesa in particolare sulle filiere dell’acciaio, della meccanica, dei macchinari e degli elettrodomestici, tanto che per correre ai ripari, l’Italia ha introdotto una regolamentazione sulle materie prime critiche, in cui vengono inserite ex lege anche i rottami. Cioè dal 22 marzo l’esportazione fuori dall’Unione europea di rottami dovrà essere notificata. I rottami ferrosi, anche non originari dell’Italia, costituiscono materie prime critiche e la loro esportazione è soggetta all’obbligo di notifica.

Nel settore dei macchinari, l’aumento rapido e incontenibile dei prezzi mette in gravi difficoltà le aziende. Infatti, nel periodo che intercorre tra la firma del contratto e la realizzazione e consegna del bene strumentale, e che arriva a 9-12 mesi nella maggioranza dei casi, i costi di cui l’azienda deve farsi carico possono aumentare fino a cambiare completamente il risultato economico della transazione.

Secondo una prima ricognizione della Federazione dei metalmeccanici della Cisl, ci sono oltre 26mila lavoratori coinvolti a rischio. Ma il riverbero potrebbe espandersi presto ad altri distretti e ad altre parti del Paese, con rischi maggiori sulla tenuta occupazionale.

Impennata dei noli marittimi

A mettere in crisi le catene di approvvigionamento, contribuisce anche una nuova impennata dei noli container che sta mettendo fuori mercato i prodotti italiani destinati all’esportazione. Lo riporta ilsole24ore, precisando che l’incidenza dei rincari è estremamente forte sulle rotte verso l’Australia e gli Stati Uniti, che stanno subendo aumenti cospicui. Peggiora così una situazione che era già fortemente degenerata durante la pandemia, con aumenti dei noli del 400-500% sulle rotte asiatiche e del 30-40% su quelle Nord-Sud. Un quadro che è ancora lontano dallo stabilizzarsi.

A sua volta, la moda lancia l’allarme interruzione delle catene di fornitura. Durante il convegno organizzato da Confindustria Firenze in collaborazione con il Comune e il Centro di Firenze per la moda italiana. Gli imprenditori e le istituzioni presenti, riferisce ilSole24ore, sostengono che con il conflitto è a rischio la tenuta della filiera

La Russia rappresenta solo il 2% per le esportazioni italiane del settore; quindi, è una ferita contenuta per i grandi marchi globali, in grado di compensare le perdite su alcuni mercati con le vendite realizzate su altri; ma è una ferita pericolosa per le piccole e medie imprese della filiera, indebolite soprattutto dall’aumento dei costi energetici, logistici, delle materie prime, piuttosto che dalle difficoltà dell’export in Russia e Ucraina.

È dunque più a rischio la catena del valore della filiera e, dice il sindaco di Firenze Dario Nardella, “padrone di casa” nel Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio dove si è svolto il convegno “Future for fashion”, organizzato da Confindustria Firenze in collaborazione con il Comune e il Centro di Firenze per la moda italiana: «Le istituzioni pubbliche devono fare ancora di più e il Governo deve mettere a punto un piano strategico per l’industria della moda perché un modello come il nostro, in cui le imprese e le istituzioni lavorano insieme, non ce l’ha nessuno, neppure i francesi, e dobbiamo tenercelo stretto».

L’azione del Governo italiano in Europa

«Il governo - ha spiegato Mario Draghi - ha già ampliato i poteri dell’Autorità di Regolazione Energia, Reti e Ambiente e del Garante per la Sorveglianza dei prezzi, perché possano seguire con attenzione e meglio le variazioni sui mercati energetici. Infine, rifinanzia la cassa integrazione per le aziende in difficoltà. Il pacchetto ammonta in totale a circa 4 miliardi, ed è finanziato in gran parte grazie alla tassazione dei profitti in eccesso maturati in questi mesi dai produttori del settore energetico; [ma] la risposta a difesa di consumatori e imprese deve essere europea. Dobbiamo arrivare a una gestione davvero comune del mercato dell’energia».

Nell’Unione si sta trattando per un coordinamento tra Commissione e Stati membri sulla diversificazione degli approvvigionamenti di gas, soprattutto di gas liquido. Serve un approccio condiviso sugli acquisti e sugli stoccaggi, per rafforzare il nostro potere contrattuale verso i Paesi fornitori e tutelarci a vicenda in caso di shock isolati. La creazione di un tetto europeo ai prezzi del gas è al centro del confronto con la Presidente von der Leyen in questi giorni. La volontà è quella di spezzare il legame tra il prezzo del gas e quello dell`elettricità, che è in parte prodotta da fonti alternative, il cui prezzo non ha nulla a che vedere con quello del gas.

Per un indicatore di riferimento dei costi

Un suggerimento al lavoro del Governo lo rilancia Alfredo Mariotti, che scrive su ilsussidiario.net:

«Credo che le Autorità di Governo debbano iniziare a lavorare alla definizione di un indicatore ufficiale di riferimento dell’andamento dei costi, indicatore che le imprese potranno poi inserire nei contratti per prevedere la revisione del prezzo finale del bene. Questo indicatore dovrebbe essere un indice sintetico delle principali voci di costo di cui si compone il prodotto. Naturalmente ogni industria avrà necessità di un indice sintetico che tenga conto delle sue specificità tecniche, che dovrà essere studiato da un Gruppo di Lavoro composto dalle Associazioni di categoria e degli uffici tecnici del Ministero. Credo che questa iniziativa possa essere un aiuto concreto al mondo dell’industria che, in Italia, risulta decisivo e fondamentale per la tenuta dell’intero sistema economico e sociale del Paese».

 

 


Paese: Italia| Russia| Ucraina
Energia| logistica| Acciaio| MECCANICA| Moda| Europa| noli| Macchine| GUERRA

Altre notizie